Realismo Capitalista: da Metropolis a Il buco.

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di Davide ”inchiostro nero” Cautiero

I’d sit alone and watch your light
My only friend through teenage nights
And everything I had to know
I heard it on my radio

Freddie Mercury, compianto leader della storica band dei ‘’ Queen’’, nel videoclip della famosa ‘’Radio Ga Ga’’, intonava queste parole mentre scorrevano le immagini della distopica ‘’Metropolis’’, capolavoro fantascientifico del 1927, e precursore del genere. Il videoclip, infatti, adopera degli spezzoni presi dal film.

Radio GaGa – Queen

L’opera di Fritz Lang, novant’anni fa ( e più precisamente 93 ) già delineava con estrema efficacia la radicalizzazione del sistema socio-economico. Quello che il neoliberismo, più avanti, garantendone una certa libertà di mercato, contribuirà a espandere.

Quel sistema che impareremo a chiamare: tardo capitalismo.

Ma perché in un micro genere come la vaporwave si parla di capitalismo, consumismo ed economia?.

Occorre, però, procedere con ordine. La vaporwave, nella sua estetica, e mediante le sue grafiche mordaci e taglienti ( meme, quotes, cover di album ) , dileggia il novero delle grandi società industrializzate come forma di protesta giovanile. Un ‘’J’accuse’’ verso questa società, che, intenta a ripercorrere le orme di un passato ormai andato, non lascia spazio a un futuro sempre più astruso e incerto.

Una forte nostalgia per il passato, è vero, ma soprattutto critica del presente. Ed è qui che culturalmente fa capolino il filosofo inglese Mark Fisher, che, riprendendo il concetto di ‘’hauntologia’’, coniato nel 1993 da Jacques Derrida in ‘’Spettri di Marx’’, parla di un futuro ‘’impossibile’’. Di una società in cui aleggiano presenze che ancora influenzano la nostra quotidianità.

Fisher ne parla esaustivamente nel libro ‘’ Spettri della mia vita’’, ma è già in ‘’Realismo Capitalista’’ che si avverte questa sfiducia, questa sorta di ‘’consapevolezza’’ estrema.

Un libro ‘’ Realismo Capitalista’’, fruibile ed epifanico, che assume simbolicamente il valore della pillola rossa in Matrix. Una presa di coscienza e un’angolatura diversa che passa anche attraverso l’immagine.

Lo stesso Fisher scrive: ‘’ Nel tardo capitalismo, d’altronde, le immagini acquisiscono una forza autonoma: nel mercato azionario il valore viene generato non tanto da quello che una compagnia produce per davvero, quanto dalla fiducia nelle sue performance future, o perlomeno dalle sensazioni che circolano al riguardo. Mettiamola così: nel capitalismo tutto ciò che è solido si dissolve nelle public relations.’’

Immagini che la vaporwave veicola sotto altre forme, derisorie ed eversive, e che puntano a schernire questa macchina economica speculativa, e non di certo ad annichilirla o ad arrestarla, perché come asserisce sempre il compianto filosofo inglese nel suo ‘’Realismo Capitalista’’: ‘’è più facile immaginare la fine del mondo, che la fine del capitalismo’’.

E riallacciandoci a Metropolis, al suo profetico sguardo sul futuro, non possiamo che pensare a quanto il cinema sia effettivamente il riflesso della nostra società, benché a volte si allontani da una connotazione reale con le sue distopie, le sue ucronie , e i suoi disegni fantascientifici.

Una cosiddetta critica al capitalismo è partita appunto da Metropolis, ma ha viaggiato nel corso degli anni grazie a pellicole come ‘’Tempi Moderni’’ ( 1936 ) di Charlie Chaplin , o ‘’Quarto potere’’( 1941 ) di Orson Welles; attraverso cult come ‘’Brazil’’ ( 1985 ) di Terry Gilliam e ‘’Fight Club’’ ( 1999 ) di David Fincher, per arrivare nell’immediato con pellicole del calibro di ‘’Parasite’’ ( 2019 ) di Bong Joon-hon, prima opera internazionale a vincere l’Oscar come miglior film, e ‘’Sorry We Missed You ‘’ ( del medesimo anno ) di Ken Loach, fino a quella meno sofisticata e più mainstream dell’horror del momento ‘’Il buco’’ , dello spagnolo Galder Gaztelu-Urrutia.

Il buco, nello specifico, è un’allegoria feroce e pungente sul divario crescente tra ricchezza e povertà, figlio di un consumismo esasperato.

La stratificazione sociale, rappresentata metaforicamente dai 333 piani ( 666 se raddoppiati per il numero di occupanti ) di cui è composto il film, all’interno del quale agiscono forze simboliche in grado di influenzare lo spettatore, lo pongono come tropo del conformismo. Convenzioni che rispecchiano le modalità di sopravvivenza di ogni casta, il mantenimento del proprio status quo. 

Ed è proprio questo eccessivo didascalismo che traspare nella pellicola a rendere il finale una componente quasi labile di tutto il progetto. Pressappoco un suppellettile, anche se in rete non si parla d’altro. 

In ogni caso, da Metropolis al Il buco, quello che si può chiaramente evincere, è una forte critica al capitalismo, che rappresenta, in questo caso, il denominatore comune fra i vari argomenti trattati. La conditio sine qua non affinché ogni tassello di questo mosaico risulti ben allineato.

Ultima, ma non per importanza, la speranza, presente in ogni ambito. Dopotutto l’aforisma di Metropolis è chiaro: ‘’Mediatore tra il cervello e le mani dev’essere il cuore”.

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