La Pimpawave: un ritorno all’infanzia tra meme e accelerazionismo

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L’unico, nitido ricordo che ho del mio primissimo 25 aprile, festeggiato in Piazza del Duomo a Milano, è di una bancarella; tra i vari oggetti messi in vendita, una t-shirt colpì la mia attenzione. Su di essa era impresso un disegno: un uomo propenso a impugnare un’accetta e a scagliarsi contro il logo di Canale 5. “Distruggi il biscione”, recava una scritta sopra l’ilare vignetta. All’epoca non capì il senso della stampa (forse perché avevo 6 anni). Tuttavia, era un evidentissimo richiamo a quello che io, figlio di genitori fortemente antiberlusconiani, subivo a livello televisivo: sì alla Rai, no a Mediaset.

Che voi ci crediate o meno, il sottoscritto non reputava repellenti i cartoni animati mandati in onda sulle reti statali: tra essi c’era Il pianeta di Pipsqueak, per il quale ho digitato “cartone bambino con la coda ecologista” su Google per ritrovare il titolo originale; ma soprattutto quello che, allo stato attuale delle cose, è uno dei prodotti italici per infanti più in voga nel panorama memistico: la Pimpa.

Concepito dalla penna di Altan (da tempo immemore vignettista de L’Espresso e de La Repubblica), quello della Pimpa è un classico cartone per bambini che fa del suo perno gli insegnamenti educativi, le fantasie di colori, lieti fine e una quantità industriale di oggetti inanimati che, durante le vicende, prendono vita. In modo apparentemente inspiegabile, il cane a pois italiano, protagonista di numerose avventure assieme al suo padrone Armando, è diventato un’icona del movimento memetico comunista e xenoleft. I motivi di questa ascesa non sono limpidi sin da subito, ma analizzandoli più nel dettaglio, è ben comprensibile il come e il perché di questo successo.

La rivalità con Mediaset

Si sa, tra le due emittenti televisive, quella Statale e quella capitanata dal gruppo Fininvest, non è mai corso buon sangue. La testimonianza più famosa è data dal primo Decreto Berlusconi del 1985, con cui il primo ministro di allora, Bettino Craxi, eliminò di fatto i decreti ingiuntivi contro Mediaset da parte del Governo (più specificatamente, da parte dei pretori di Torino, Pescara e Roma), che limitavano la diffusione dei programmi del biscione a livello regionale, invece che a livello statale. Tuttavia, non è irrisorio pensare a divergenze tra le due emittenti anche e soprattutto sul lato del palinsesto, tra cui spicca Non è la Rai come esempio chiave sul lato berlusconiano.

Concepito da Gianni Boncompagni e Irene Ghergo, il programma verrà definito dalla scrittrice Elisa Cuter, nel saggio Ripartire dal desiderio, come un luogo in cui «c’è tutto il peggio del varietà televisivo dell’epoca, un pastiche ironico e informe che fa pensare a un Blob». Non è la Rai, assieme ad altri show con il medesimo format, faranno considerare da molti Mediaset come l’emittente del divertimento più casuale e primitivo della televisione italiana. Da qui, è chiaro come in opposizione a questo approccio televisivo vi fosse la Rai, e tra i suoi programmi erano presenti anche i cartoni animati, tra cui la Pimpa; un movente, tra l’altro, rafforzato dalla posizione politica che l’emittente, legata indissolubilmente al suo proprietario, assumerà dopo la famosa “discesa in campo”, con l’istituzione di Forza Italia nel 1994.

Semplicismo della copertina e dei contenuti

Come preannunciato a inizio articolo, la Pimpa si configura per essere uno show per bambini. Gli album da colorare e le riviste da sfogliare, qui in particolare, sono caratterizzate dalla semplicità nei disegni e nelle parole. “Pimpa: arriva Tito” “Pimpa: in bicicletta” “Pimpa: i pesciolini”; titoli elementari, facili bersagli di meme e parodie varie. Già nel 2013 lo youtuber videoludico ZorrordanGAMES fece uscire un video nel quale descriveva ironicamente il videogioco della Pimpa presente sul sito ufficiale della Franco Cosimo Panini (la stessa casa editrice che si occupa della pubblicazione di tutti gli altri contenuti). Anche qui, erano presenti gli elementi già visti per gli altri prodotti: giochi molto elementari, avvolti in una cornice di semplicità assoluta, soprattutto sul lato dei disegni.

Fonte: Polpo di Stato

Lode allo svago e rigetto della vita lavorativa capitalistica

Logicamente, una rivista per bambini deve prevedere lo svago, il gioco, sia per chi ne usufruisce, ma anche per i protagonisti delle vicende. Le giornate della Pimpa sono di quanto più vicino a una società automatizzata: nessuno lavora. Armando non lavora, Pimpa non lavora, Tito non lavora…

L’elemento della piena automazione, perno delle pagine meme che elogiano la Pimpa, consiste nella teoria del filosofo tedesco Friedrich Pollock contenuta nel saggio Automazione (1956): essa afferma la possibilità concreta che le macchine, e il progresso tecnologico, avrebbero progressivamente sostituito il lavoro salariato nelle fabbriche e negli uffici. Una teoria, quella di Pollock, che va a braccetto (sebbene cambi il contesto storico e tecnologico tra le due epoche) con quella marxista contenuta ne L’ideologia tedesca, che recita: «laddove nella società comunista, in cui ciascuno non ha una sfera di attività esclusiva ma può perfezionarsi in qualsiasi ramo a piacere, la società regola la produzione generale e appunto in tal modo mi rende possibile di fare oggi questa cosa, domani quell’altra».

La vita della Pimpa sembrerebbe proprio collocarsi in questa cornice, dove vi sono infinite possibilità per infinite attività, differentemente dalla situazione attuale, in cui il lavoro sembra stritolare ogni possibilità svago durante il tempo libero («fare oggi questa cosa, domani quell’altra, la mattina andare a caccia, il pomeriggio pescare, la sera allevare il bestiame, dopo pranzo criticare, così come mi vien voglia; senza diventare né cacciatore, né pescatore, né pastore, né critico»).

Eredità di Altan e fisionomia della protagonista

Infine, non si può non ricondurre la Pimpa al suo creatore, il fumettista Francesco Tullio Altan. Nonostante il dissociarsi di numerosi estimatori della Pimpawave dal quotidiano La Repubblica, considerato spesso “democristiano” a causa di alcuni articoli, l’eredità è qui importante, essendo il giornale storicamente collocato a sinistra nello scacchiere politico dei quotidiani.

Sul lato estetico, invece, poco vi è parlando dell’estetica della Pimpa: sul fatto dei pallini rossi, si è diffusa una bizzarra teoria, esposta dal blog Esquire in riferimento al Survivor bias meme. Il meme consiste in un parodizzare gli ideali tipici del sogno americano, come la meritocrazia e il doversi sempre rivolgere a multimilionari e celebrità da prendere in esempio; di fatto, vengono tempestati di puntini rossi i soggetti raffigurati, come per simboleggiare la loro tenacia e resistenza alle intemperie. Armando, invece, viene trattato talvolta in modo positivo, altre in modo negativo, descritto come il medio borghese incurante dei problemi del mondo, propenso quasi esclusivamente a dormire e leggere il giornale (di fatto, nelle storie della Pimpa non prende quasi mai parte alle avventure, ma agisce spesso come guida morale).

Confinato tra il panorama memetico italiano, quello della Pimpa è un caso singolare di ripresa di un prodotto che si pensava destinato solo ai più piccoli. Interessante, così come la Gabibbowave, la sua versatilità all’attualità, in modo da rendere la cagnolina a pois ancora molto ricca di contenuti da condividere.

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