FRANKENSTEIN specchio della coscienza

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Frankenstein di M. Shelley, è un romanzo che affonda le sue radici nelle paure umane

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di Daniele4est

Ciao cyberz! Prima o poi bisognava scrivere qualcosa sul primo romanzo sci-fi della storia, l’antesignano del cyberpunk letterario: “Frankenstein” di Mary Shelley.

Frankenstein sembrerebbe solo un romanzo horror-gotico, ma in realtà rappresenta un universo letterario parallelo al Cyberpunk, cioè lo Steampunk. Steampunk è un filone della narrativa fantascientifica che ha come peculiarità l’introdurre in ambientazioni storiche passate, come l’Ottocento (in genere l’Inghilterra Vittoriana) invenzioni tecnologiche anacronistiche, costruite utilizzando materiali e tecnologie del tempo. In sintesi per descrivere l’ambientazione Steampunk potremmo dire: come sarebbe stato il passato se il futuro fosse arrivato prima. In sostanza lo Steampunk è il “nonno” del cyberpunk (mi si consenta questa orribile metafora).

Rispetto ad altre storie paurose di vampiri e lupi mannari ciò che porta questo romanzo a distinguersi è proprio l’elemento scientifico, o meglio, l’impatto della scienza sulla società e sugli individui. Proprio per questo, molte volte si dice che la creatura del romanzo sia il primo cyborg della storia, una specie di robot umanoide con caratteristiche emozionali che trovano un parallelismo con i replicanti di Blade Runner. Diversamente bisogna parlare invece di post-umano per essere più precisi. La stessa Donna Haraway sottolineava questa differenza nel suo “Manifesto cyborg” considerando il concetto di natura umana come artificiale perché inficiata dalla cultura, prodotta da una ideologia costruita. Da qui al concetto di intersezionalità il passo è breve.

Tornando alla figura del mostro, personalmente, mi ha sempre affascinato, soprattutto perché non avrà mai un nome nel romanzo, ma verrà definito di volta in volta come “il mostro”, o “la cosa”. Insomma, è subito palese che questa figura più che un cattivo da sconfiggere sia in realtà una vittima; protagonista talmente sfortunato da essere definito solo per il suo aspetto fisico e non per la sua interiorità, cosa che per certi versi me lo ha fatto sempre associare al protagonista di un altro film, “The elephant man”.

Frankenstein di M. Shelley è un romanzo che affonda le sue radici nelle paure umane; la creatura mostruosa rappresenta il diverso, e per questo l’ignoto che quindi è causa di incertezze e timori. La morale implicita della storia racconta di un ritorno del male fatto o del bene omesso come punizione per i responsabili. Il mostro infatti nasce buono, ma il proprio creatore e la società lo renderanno ciò che loro vogliono vedere, e cioè una creatura malvagia. Nella prima versione cinematografica del 1910, prodotta da Thomas Edison, viene fuori proprio questa parte positiva del mostro, che, colpito dall’amore del dottor Frankenstein per la sua amata, deciderà di scomparire all’interno di uno specchio, dove subito dopo si rifletterà il creatore, che, invece del proprio riflesso, vedrà il mostro. Frankenstein, quindi, specchio della coscienza? Sicuramente.

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