E’ il 1997 e tutto va bene. Te lo assicura il bias.

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In fondo, perchè siamo veramente così attirati dalla vaporwave?

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“Wanna some, dude?”

Di Judas kranebet

“Il bias cognitivo (pronuncia inglese [ˈbaɪəs]) è un pattern sistematico di deviazione dalla norma o dalla razionalità nel giudizio. In psicologia indica una tendenza a creare la propria realtà soggettiva, non necessariamente corrispondente all’evidenza, sviluppata sulla base dell’interpretazione delle informazioni in possesso, anche se non logicamente o semanticamente connesse tra loro, che porta dunque a un errore di valutazione o a mancanza di oggettività di giudizio.” (Wikipedia)

Quando ho conosciuto la vaporwave nel 2017, ho avuto la sensazione di aver trovato una sorta di rifugio sonoro, una “culla” che contenesse i riverberi dei ricordi che si amalgamavano in un calderone di spot pubblicitari, riviste, tecnologia analogica e digitale, colori accesi, insomma, uno tsunami sensoriale che proveniva dal mio passato personale e dalla cultura pop anni ’80-’90. Come un tutt’uno senza linea di confine. C’è chi la vede come una cialtronata di copia/incolla di campionamenti e niente più, qualcosa che non merita di esser definita genere musicale. E’ chiaro che per me ha rappresentato sin da subito un “mondo fantastico”. Così come per chissà quante persone sparse nel mondo, tutte accomunate da un solo filo conduttore, o meglio, da quell’incantatore di serpenti che ancora ci accompagna: il capitalismo. Non uno qualunque, esattamente quello dell’epoca: coloratissimo, accessibile a tutti, perfetto, subito pronto all’uso, fantastico, esagerato, ma soprattutto eterno.

E noi abboccavamo felici e soddisfatti. E continuiamo a farlo, ricercando le stesse identiche cose, ma con uno scopo diverso.

Un esempio per tutti: nel 2014 c’è stata la petizione per il ritorno del Winner Taco e il social marketing si è sfregato le manine all’idea di accontentare un nutrito stuolo di nostalgici che richiedeva la sua dose di mezzaluna di gelato, ormai latitante dai freezer italiani da circa il 1999. Il ritorno è stato annunciato tramite i maggiori social medias, con un certo entusiasmo ed un prezzo un po’ bastardo, diciamo la verità. Ma, alla fine, cosa ne è rimasto di QUEL Winner Taco mangiato al baretto della spiaggia, con la scuola finita e -boh- la cassetta degli Hanson nel walkman? Un semplice gelatino confezionato con tempi di scongelamento eterni ed una cialda gommosissima, proprio come allora. Buono, per carità, ma noi non cercavamo quello. Per tanti di noi, ha rappresentato la madelèine di Proust: di per sé un dolcetto insignificante, ma che al primo morso ha la responsabilità morale di restituirci sapori, odori, emozioni e ricordi di un preciso periodo della nostra vita. Quindi, chissenefrega se nell’estate del 1994 abbiamo spaccato il telecomando per la finale tragica di Italia-Brasile e la piano-house spinta da Festivalbar ci faceva schifo, così come il libro dei “compiti delle vacanze” e gli autobus persi (e il disagio delle cabine telefoniche Sip per dare un cenno di vita). Quando pensiamo a quell’estate, il nostro cervello tralascia tutti i problemi e malumori più o meno gravi che ci facevano dannare e ci lascia gongolare sulla superficie, quella spensierata e “pur sempre migliore del presente”, ingannandoci ma facendoci contenti. Proprio come ha fatto l’Algida con il Winner Taco.

[Cattivi, vigliacchi. E ora voglio il ritorno del gelato della Pantera Rosa. Ecco.]

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