Devilman Crybaby: la synthwave del diavolo.

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Il minimalismo di Yuasa ben si confà ai tratti ispidi e conturbanti dell’opera, dove sonorità tipicamente elettroniche sfrecciano come luciferini bolidi in corsa

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Di Davide ”inchiostro nero” Cautiero

Devilman è stato uno degli anime più iconici e rappresentativi degli anni ’70 ( anche se in Italia ha visto la luce nel 1983 ). La trasposizione animata dell’opera di Go Nagai, celebre mangaka noto come ‘’papà dei robot’’ per aver introdotto nel fumetto moderno il genere dei mecha ( vedi ‘’Mazinger Z’’, ‘’Il Grande Mazinger‘’ o Getter Robot’’), nella fattispecie si allontana ( e molto ) dalla sua controparte cartacea, adattandosi ai canoni estetici e morali di un’animazione rivolta ai più giovani.

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Un diverso approccio al manga, che però ha rimodellato ( un po’ come Hayao Miyazaki e Isao Takahata con la creatura di Monkey Punch, Lupin III ) la livrea del caratterista, così come il suo gramo epilogo.

Tuttavia Devilman ha saputo ben controbilanciare questa mancata aderenza al manga con una narrazione più lineare e sintetica, nonché decisamente meno violenta, più orientata a creare il ‘’mito’’ e non a mutarne il topos.

E il risultato è che L’uomo diavolo è diventato nel corso dei tempi un eroe alla pari di Kenshiro o Naoto Date ( Tiger Mask ), ancor più del caratterista profondo e complesso descritto nel manga. Quel Fudo Akira scaraventato nel bailamme di sensazioni, angosce e timori esistenziali della distopia buia e nichilista del genio rivoluzionario di Go Nagai.

Per trovare un adattamento più fedele al manga ci dovremmo affidare agli OAV, e più precisamente, almeno per quanto riguarda quella sensazione di ‘’unheimlich’’, orrore e turbamento che ne rivestono i toni, ad ‘’Amon L’apocalisse’’, o al più recente ‘’Devilman Crybaby’’, original net anime del 2018 distribuito da Netflix, e che Masaaki Yuasa ( The Tatami Galaxy, Ride Your Wave ) ha diretto.

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Naturalmente questa nuova trasposizione non collima in tutte le sue parti con lo spirito del manga, né si propone di farlo, cambiando lo story concept e il contesto, più vicino alle alienazioni tecnologiche del nuovo millennio.

Il minimalismo di Yuasa ben si confà ai tratti ispidi e conturbanti dell’opera, dove sonorità tipicamente elettroniche sfrecciano come luciferini bolidi in corsa.

Una futuresynth energica e corposa, quella firmata da Kensuke Ushio, tanto da richiamare alla mente il sound di Carpenter Brut, Scandroid, o quello synth-pop di Kavinsky. Una colonna sonora che in chiave estetica rilancia e adula il genere outrun, fondendosi con i chiaroscuri della notte.

Grottesche e seducenti ombre in un pallido crepuscolo .

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