Blade runner: alla ricerca dell’uomo nella realtà consumistica

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La ricerca di un’identità persa, sepolta sotto le macerie di un consumismo che ha trasformato la società in una realtà artificiale, post-umana.

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di Davide “Inchiostro nero” Cautiero

”Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire.”

Lacrime nella pioggia. Memorie che si dissolvono nelle labili stratificazioni dell’anima.

Il monologo finale di Blade Runner, noir fantascientifico del 1982, lo si può considerare come il canto del cigno dell’intera opera. La radiografia della sua filosofica essenza. 

La pellicola diretta da Ridley Scott, liberamente ispirata al romanzo ”Do Androids Dream of Electric Sheep?” di Philip K. Dick, è entrata nell’immaginario collettivo non di certo per gli incassi al botteghino, ma per una sua ricerca della condizione umana, nelle sue più varie sfaccettature. 


La ricerca di un’identità persa, sepolta sotto le macerie di un consumismo che ha trasformato la società in una realtà artificiale, post-umana. 

Blade Runner smuove gli equilibri della logica transumanista, rispondendo forse all’eterno dilemma: anche oltre i suoi limiti umani, l’uomo rimane uomo? .

E lo fa in un contesto cyberpunk, elevando a feticcio la cultura orientale, simboleggiata da un retrofuturismo abbagliante, urbanizzato, ma allo stesso tempo algido e minimalista, come il replicante Roy Batty, interpretato da Rutger Hauer, nei cui cerulei occhi si può chiaramente evincere un conflitto interiore, che si riflette in un’acuta analisi dell’io, sospeso tra la sua parte umana e quella artificiale. Un’ambivalenza nata dalla necessità da parte del replicante di preservare la propria esistenza, e di conseguenza ciò che gli è più caro, i ricordi. Da qui il rammarico, la tristezza, unita al pianto inquieto del cielo, di veder perse le proprie memorie. 

Il replicante, quindi, sfugge a quelle regole imposte dal destino, divenendo quasi un’antieroe della distopia cyberbunk, i cui crismi narrativi si vanno ad aggiungere a quelli cupi e intricati del romanzo nero, o dell’hard-boiled.

Un’opera che porta a ridefinire i dogmi di una contemporaneità ancora legata ai preconcetti del passato, sebbene Roy Batty rientri nei canoni dell’oltreuomo nietzschiano. 

L’androide, nello scontro finale con il protagonista e cacciatore di androidi Rick Deckard ( interpretato da Harrison Ford ) sceglie di non uccidere l’avversario, dimostrando più umanità e compassione di quest’ultimo, che imparerà, grazie proprio a un essere artificiale come Batty ( Rachel ) il vero significato della parola amore.

Blade Runner per il cyberpunk non rappresenta, pertanto, solo la società postindustriale, egemonica e soverchiante, scenari ipertecnologici e protagonisti in lotta con le grandi multinazionali commerciali, ma il ritratto esistenziale del suo genere, la sua ‘’anima’’ rivoluzionaria.

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