Fight Club e il realismo capitalista

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Il realismo capitalista attraverso la narrazione di Fight Club

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di Davide ”inchiostro nero” Cautiero

”Come tanti altri anch’io ero diventato schiavo della tendenza al nido IKEA. Se vedevo qualcosa di ingegnoso come un tavolinetto a forma di ying yang dovevo averlo. Il componibile personale per ufficio della Klipsk, la cyclette della Hovetrekke, il divano Ohamshab a strisce verdi della Strinne, perfino le lampade Ryslampa fatte di carta non candeggiata per un ambiente rilassante. Sfogliavo quei cataloghi e mi domandavo: “quale tipo di salotto mi caratterizza come persona?”.

E’ la voce fuori campo del protagonista di ”Fight Club” ( film di David Fincher, adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Chuck Palahniuk ) a recitare tali parole. E’ il 1999, e solo qualche anno più tardi, grazie alla sua distribuzione home video, che la pellicola si fregerà del titolo di cult movie, acquisendo un valore allegorico e rappresentativo.

Fight Club è un vivido affresco tardocapitalista che pone l’oggetto come fonte inesauribile di piacere, e non come puro merchandising. Appendice di quel capitalismo realista che fagocita con la sua realtà illusoria ogni cosa, dal prodotto alla stessa persona, che si trova rinserrata in una paradossale anedonia sociale pur anelando a una conquista specifica.

Quel capitalismo ”che resta quando ogni ideale è collassato allo stato di elaborazione simbolica o rituale”, come scritto da  Mark Fischer (  filosofo inglese ) nel suo ”Realismo Capitalista”.

”Le cose che possiedi alla fine ti possiedono” dice sempre il protagonista della pellicola nei suoi lucidi deliri, come a voler rimarcare ”l’ovvio”, perché il capitalismo è reale solo quando riflette un simbolo, verso cui provare un’autentica ossessione. Allora il simbolo è una concretezza e non un’accidentalità, rendendo quindi plastico, e non liquido, il piacere. Un’estetica del consumo, pertanto, che non riverbera i nostri pensieri, ma che assorbe invece la nostra personalità.

La raffigurazione più sintomatica di questo pensiero nella pellicola è la scena del dialogo  ( che è in realtà un soliloquio ) al bar tra il caratterista principale e il suo alter ego, che assume sia il carattere del confronto, che quello della sfida.

”Siamo consumatori”, ”i sottoprodotti di uno stile di vita che ci ossessiona” ripete inconsciamente a se stesso in una conversazione quasi metafisica con la sua latente brama, incarnata dal personaggio di Tyler Durden, Don Chisciotte del ventunesimo secolo, il cui intento è quello di minare le fondamenta del potere, abbattendo degli istituti di credito.

Edward Norton, che nella sua interpretazione mostra l’impasse esistenziale di un individuo senza nome, assillato dall’idea di provare piacere, scinde incosciamente la sua personalità in due entità distinte, non solo per cercare un abito più adatto a quel tormento, ma anche, e soprattutto, per sfuggire da quella assurda dispatia.

”Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo!” replica con enfasi la sua controparte evasiva, Durden, che Fincher livella sull’immagine di un Brad Pitt perfettamente calato nella parte.

Caratterista spregiudicato e visionario, Tyler Durden, che nasce dall’insicurezza e dal disagio di una generazione che anela al piacere immediato. Una progenie che inciampa nelle lusinghe e nelle attrattive di una fraudolenta economia di mercato.

Per questo Fight Club si prefigura come critica, e accusa; quella dura, assordante, violenta, che traspare come ideologia dilaniata dall’incertezza e dal caos, dio distopico che genera apocalittiche visioni.

Questa riprensione è un grido, la cui eco si riverbera in infinite unità di pensiero, che fanno breccia nella primordialità del costrutto umano. E Fincher, modellando tale abito, realizza un capolavoro di montaggio, riuscendo a incastrare tutti i pezzi del puzzle.

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