2020: ambiente e pandemia tra i fantasmi del capitalismo

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Il 2020 è stato l’anno della pandemia, dell’affermazione contemporanea dell’iconoclastia e del politicamente corretto

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di Davide ”inchiostro nero” Cautiero

Il 2020 è passato, col suo treno carico di ricordi ingombranti. Memorie, dolori, momenti, che non svaniranno neanche in questa impercettibile realtà, infestata dai tenaci spettri del passato.

Il 2020 è stato l’anno della pandemia, dell’affermazione contemporanea dell’iconoclastia e del politicamente corretto. E’stato l’anno del timore, della paura, del sospetto.

Un anno in cui l’uomo non ha posto le basi per il futuro, riproponendo solo una versione più aggiornata del passato. Un remake in pieno stile, insomma, spacciandolo per progresso.

Un futuro che è rimasto imbrigliato negli ingranaggi di un capitalismo anacronistico, sorpassato, ma sempre in cerca, come un morto vivente, di nuovi cervelli da sbranare.

Un capitalismo parassitario ( per dirla alla Bauman ), riflesso del potere, dell’ordine costituito, del concetto lacaniano del ‘’Grande Altro’’, ripreso anche da filosofi del calibro di Slavoj Zizek o Mark Fisher. Un’entità invisibile ( eerie ) che influenza, però, le nostre azioni.

Un anno che in ogni caso ha visto il consumismo cambiare faccia, ma non anima, e che ha trovato il suo Eldorado su internet.

Lo stesso streaming, che intendeva offrire un servizio alternativo alla sala cinematografica, in assenza di quest’ultima ne ha monopolizzato la scena.

Tutto si è spostato in rete, ma non con la stessa velocità, aumentando il divario tra le diverse generazioni.

Ovviamente, qui, non si tratta di levare un’j’accuse alla cultura del presente. Lo stesso ‘’Anti-Edipo’’ di Gilles Deleuze e Félix Guattari ( testo base della corrente accelerazionista ) asserisce:’’ Non ritirarsi dal processo, ma andare più lontano’’

Lontano, per adeguarsi, appunto, all’accelerazione tecno-capitalista odierna.

Un anno che ha visto il concetto di ‘’casa’’, già debilitato dalle idiosincrasie della società tecnologica e ipermoderna, divenire sempre più labile, fino a uscire quasi dall’egida del suo rassicurante status quo.

‘’Oggi viviamo una crisi dell’abitare reale e metaforica, siamo esposti all’azione del capitalismo digitale e messi a continuo confronto con universi alieni in cui i significati umani smettono di esistere. E’ su questa soglia tra umano e macchina, umano e animale, vita e non-vita, interno ed esterno, che prolifera la stranezza dei nostri tempi’’

In questo pensiero di Gianluca Didino, tratto dal suo libro ‘’Essere Senza Casa’’ ( edito da Minimum Fax ), che rappresenta grossomodo il seguito ideale di ‘’The Weird and the Eerie’’ di Mark Fisher, possiamo riscontrare tutta l’inquietudine dei nostri giorni, quella sensazione di ‘’stranezza’’, di ”ciò che è fuori posto’’ che incombe sul nostro presente.

 Quella componente weirdness che ‘’ apporta al familiare qualcosa che normalmente si trova al di fuori di esso, e che non si riconcilia con il casalingo’’, come scritto dallo stesso Fischer.

E per adattarsi si perde anche la concezione che si ha del mondo, del suo essere casa, sempre più soggetta alle alterazioni dell’uomo.

Un mondo demondificato, in balia dell’incertezza e del caos.

Nella pellicola di Jim Jarmusch ‘’ The Dead Don’t Die’’, ad esempio, l’apocalisse zombie, al pari del surriscaldamento climatico, di un terremoto o di uno tsunami, diviene l’elemento destabilizzante in grado di rovesciare l’ordine delle cose. Una demondificazione che porta l’essere umano a considerare il proprio ambiente un luogo estraneo, innaturale, tant’è vero che la componente extraterrestre, insita nel film, non appare così stravagante, poiché si è superato pienamente lo spazio liminale.

‘’La presenza di soglie sulle quali si incontrano due mondi ontologicamente distanti è la caratteristica formale più visibile della weird fiction, tanto al cinema quanto in letteratura’’ asserisce ancora Didino nel suo libro, a rimarcare quanto la weirdness ci offra perpetuamente questi ‘’passaggi verso l’esterno’’.

E’ stato un anno poco accelerazionista, almeno sotto il profilo ambientale.

Infatti, nell’ottica accelerazionista, si pone l’accento proprio sulla tematica ambientale, come elemento imprescindibile per la costruzione di un nuovo futuro.

Source: internet

In effetti al primo punto del manifesto accelerazionista di Alex Williams e Nick Srnicek  troviamo:”All’inizio della seconda decade del ventunesimo secolo, la civilizzazione globale si trova ad affrontare una nuova progenie di cataclismi. Imminenti apocalissi appaiono ridicolizzare le norme e le strutture organizzative delle politica che furono forgiate alla nascita degli stati-nazione, agli albori del capitalismo e in un ventesimo secolo contrassegnato da guerre senza precedenti”.

Per poi proseguire:‘Il più significativo è il collasso del sistema climatico del pianeta che col tempo minaccia la sopravvivenza della stessa popolazione umana globale. Nonostante questa sia la minaccia più grave che l’umanità si trovi ad affrontare, esistono al suo fianco una serie di problemi non meno destabilizzanti che con essa interagiscono. L’esaurimento terminale delle risorse, in particolare di quelle idriche ed energetiche, indica l’imminente possibilità di carestie di massa, la crisi di interi paradigmi economici e nuove guerre calde e fredde”.

Risulta chiaro che in questo ambito non ci siamo mossi, né abbiamo l’intenzione di farlo, oltrepassando già da tempo ( forse ) il punto di non ritorno.

In ‘’Interstellar’’ di Christopher Nolan ( per fare un altro esempio cinematografico ), il protagonista, l’ex pilota e agricoltore Joseph Cooper ( Matthew McConaughey ) decide di partire a bordo dell’astronave Endurance per un viaggio oltre le stelle. Il suo scopo, come quello del suo equipaggio, è di individuare un pianeta abitabile, dato che sulla Terra una piaga sta distruggendo i raccolti causando una carestia globale.

Attuando una sospensione dell’incredulità tipica della science fiction, lo spettatore si trova immerso nel tropo fantascientifico e rivisitato di Nolan, dove il plot-twist è in agguato, ma sente anche l’esigenza di sottrarsi alla messinscena, trovando elementi sempre più conformi alla realtà.

Un altro punto di vista lo si può rinvenire in ambito mainstream, e più precisamente in Game of Thrones.

 ‘’Winter is coming’’, recita lo slogan più famoso della serie di romanzi scritta George R. R. Martin, di cui HBO ne ha realizzato l’adattamento televisivo.

Source: internet

L’inverno descritto da Martin  nella sua epopea fantastica è contrassegnato dall’avvento dei non-morti; esseri senza vita che gli ‘’Estranei’’ rianimano assoggettandoli ai propri voleri. Una solida minaccia, dunque, per le sorti del pianeta, ma che nei disegni di potere e di conquista delle varie casate che popolano il racconto e che lottano per aggiudicarsi il cosiddetto Trono di Spade, sembra perdere d’importanza, risultando temibile solo alla fine.

Le analogie, i risvolti politici e ambientali con la nostra realtà sembrano evidenti, come puntualizzato dal medesimo scrittore statunitense in una intervista.

L’abitabilità sulla terra ha quindi una data di scadenza?. L’inverno è già arrivato?

Il ‘’Climate Clock’’ di New York  prova a dare una risposta, segnando quanti anni, ore, minuti e secondi ci separano dall’irreparabile.

Source: internet

Sarà così?, chi lo sa, ma quello che è certo è che il futuro non va solo costruito, ma salvaguardato, partendo appunto dall’ambiente.

 

 

 

 

 

 

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